Lavoro a quattro o cinque progetti in parallelo, in giornate frammentate. Senza un sistema di memoria, perdo il filo nel giro di mezz'ora.

Provo a raccontare una giornata vera. Non un caso d'uso costruito a tavolino: quello che succede oggi, mentre scrivo.

Una nota tecnica veloce. Quando dico "Obsidian" e "vault", parlo della cartella di appunti markdown sul mio computer. Timo indicizza quella cartella e la rende leggibile alle AI tramite un protocollo standard. Niente di esoterico: file di testo in una cartella, più un ponte verso le AI.

Ore 08:30 — La ricostruzione del contesto

Mi siedo, apro il computer, comincio dal progetto a cui sono più indietro — un portale aziendale per cui faccio architettura esterna. Non lo tocco da quattro giorni.

Apro una chat con Claude. Scrivo:

"Riprendiamo il portale. Quali erano i todo aperti la settimana scorsa, e cosa stavo cercando di risolvere alla fine?"

Claude tramite Timo cerca nei miei appunti, sezione mgportal. Trova le note di lavoro recenti. Risponde con tre todo aperti, e segnala che l'ultima sessione si era chiusa su una decisione non chiusa riguardo i nomi dei moduli di traduzione (i18n).

Non è stata una ricerca da parte mia. Non ho aperto Obsidian, non ho cercato file, non ho riletto note. Mi è arrivato il contesto già pronto, in trenta secondi.

Senza Timo, avrei impiegato venti minuti a riallinearmi.

Ore 11:00 — Il dejà vu decisorio

Mi imbatto in un dubbio architetturale. Stavo per implementare un endpoint in un certo modo, ma ho un dejà vu — mi sembra di aver già discusso questa cosa.

Chiedo a Claude:

"Avevamo deciso qualcosa, in passato, su come gestire la paginazione delle liste lunghe in questo progetto?"

Claude trova due note: una di tre settimane fa con la decisione iniziale (cursor-based, non offset-based, per ragioni di consistenza), e una di una settimana dopo con un'eccezione documentata (offset-based per il modulo report, perché legato a un componente legacy).

Procedo con cursor-based, ricordandomi anche dell'eccezione che altrimenti avrei rifatto da zero.

Questa è la cosa che mi fa scegliere di tenere note di decisione invece che decidere a memoria: a memoria, sei sicuro fino a quando non lo sei più.

Ore 15:00 — Il dump di pensiero

Pomeriggio dedicato a una review codice di un altro progetto. Mentre leggo, prendo appunti rapidi nei miei file markdown. Non sto scrivendo un documento; sto facendo un dump del flusso di pensieri: "qui il pattern è ripetuto, varrebbe la pena estrarre un helper", "qui c'è un effetto collaterale silenzioso che chi legge dopo non noterà", "questa funzione si comporta bene ma il nome è fuorviante".

Sono cinque pagine di appunti grezzi. Li salvo, vado avanti.

Timo li indicizza in background, automaticamente. Non devo fare niente. Domani, se chiedo "cosa dovevo segnalare al team su quel modulo dopo la review", la risposta è già pronta.

Ore 22:00 — L'archivio degli errori ricorrenti

Una nota che tengo da mesi è errori-ricorrenti.md. Ogni volta che incontro un errore stupido — uno di quelli per cui passi un'ora prima di accorgertene — lo aggiungo lì sotto.

Stasera ne aggiungo uno: ho perso quaranta minuti perché avevo confuso due variabili d'ambiente molto simili in un file di config. Scrivo: data, errore, sintomo, causa, soluzione, lezione (rinominare le variabili per rendere impossibile la confusione).

Domani mattina, quando avvio una sessione di debug su un progetto a caso, posso chiedere a Claude:

"Ho già visto un errore simile in passato? Controlla errori-ricorrenti.md."

Se sì, Claude lo trova e me lo cita, con la soluzione di allora. Se no, mi dice che è nuovo, e quando lo risolverò lo aggiungerò.

Cosa succederebbe senza

Senza Timo, l'alternativa non è "ricordo a memoria". È una di queste tre cose, tutte vissute prima:

  • Ricordo male. Decido come se fosse la prima volta, rifaccio errori già risolti.
  • Cerco a mano nel vault. Quindici minuti per ritrovare un'informazione che mi serve in trenta secondi.
  • Copio-incollo contesto in ogni chat. Apro un file, copio il blocco rilevante, lo incollo nel prompt, ricomincio. Ogni volta. Su ogni progetto.

Tre modi di sprecare tempo, tutti reali.

La differenza non è velocità

La differenza, alla fine, non è che lavoro più veloce. La differenza è che lavoro su un'ora di lavoro alla volta, non parto da zero ogni volta.

Il filo del progetto resta. Le decisioni passate restano. Gli errori già risolti restano risolti. Quello che cambia è una continuità che, prima, non riuscivo a tenere senza un costo cognitivo enorme.

Non è una rivoluzione. È solo che ora la mia memoria di lavoro non scompare ogni volta che chiudo una chat.


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